Donna…opera d’arte o merce?

Due settimane fa mi trovavo a Milano per partecipare ad una tavola rotonda sul tema “Donne e musica pop, tra emancipazione e mercificazione”, nell’ambito della manifestazione organizzata dal Corriere della Sera “Il tempo delle donne”.

La prima meta del mio breve soggiorno è stata la mostra dedicata a Marc Chagall, allestita al Palazzo Reale. Ho trascorso tre ore meravigliose, all’insegna della contemplazione e della profonda riflessione, guidata nel mio percorso dalla percezione di quell’intimo legame che si innesca tra l’artista e l’osservatore, quando quest’ultimo si pone davanti alla tela con il cuore aperto e il desiderio di lasciarsi interrogare.

Di quadri da raccontare ce ne sarebbero tanti, ma in questo post voglio soffermarmi su quelli (numerosi!) in cui Chagall ha dipinto se stesso in compagnia della moglie/musa ispiratrice Bella. In alcuni, l’immagine degli amanti è predominante, in altri occupa un angolo quasi invisibile, ma è sempre presente, come se fosse una componente imprescindibile nel processo creativo dell’artista.

Senza dubbio, l’opera che meglio esprime la natura del rapporto tra Bella e Marc è “Promenade” (1917): il pittore, con i piedi ben piantati a terra, tiene per mano la sua amata che passeggia per aria, emblema della libertà e della spensieratezza che solo il vero amore può garantire.

Ho trascorso parecchio tempo ad osservare questa immagine, mentre i miei occhi si inumidivano per la commozione. Pensavo alla forza dell’uomo che è capace di tenere “legata” a sè la donna che ama, ma al tempo stesso sa assecondare la sua voglia di volare: rispetta i suoi interessi, i suoi desideri, le sue passioni e, sorridendo, partecipa di questa libertà, gioisce insieme a lei.

promenade

Uscita dalla mostra, ripiena di Bellezza e di Speranza, ho cercato un riparo contro il freddo incombente e ho deciso di farmi un giro alla Rinascente, esattamente dalla parte opposta del Palazzo Reale.
Ed ecco, inevitabilmente, qualcosa mi ha costretto a tornare alla realtà: imponenti e accecanti, mi si sono parate davanti agli occhi le vetrine del negozio dedicate a Moschino, dove troneggiava un’immagine di donna totalmente diversa da quella meravigliosa dipinta da Chagall. E la cosa ancor più triste è stata notare quanta gente si faceva fotografare davanti a questo “sfondo”.

Nella prima vetrina, una sorta di scultura d’oro raffigurava la metà inferiore del corpo di una donna, con tanto di tacchi a spillo, nella posizione che solo lontanamente rimanda a quella di una visita dal ginecologo -.-“””
E sotto scritto “Over 20 bilion served”, una frase che a me ha puzzato subito di ambiguo.

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Dopo pochi secondi in cui il mio stato d’animo è passato rapidamente dall’allibito all’incazzato, ho capito che la posizione riprodotta rimandava al logo del McDonald’s, tant’è che nelle vetrine successive i manichini delle inespressive fanciulle “barbie-style” erano disposti a mo’ di patatine fritte allineate in un gigantesco cartoncino/borsetta (almeno così l’ho interpretato io), o inseriti negli ambienti del noto fast-food in maniera tale da non lasciar distinguere se stessero lì a rappresentare il consumatore o la merce.

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Aggirandomi spaesata tra gli stand del negozio, nascondendo risate amare alla vista di oggetti di lusso a dir poco “oribbbbili”, a un certo un punto mi sono rivolta ad uno dello staff per chiedergli dove fossero le scale mobili.
“Dove deve andare?”, mi fa.
“Ovunque”, gli rispondo io, “In realtà cercavo solo un posto caldo dove passeggiare”.

Mica gliel’ho detto che il vero freddo lo sentivo in fondo al cuore.
Chissà se l’avrebbe capito.

 

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